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Pmi e atenei ancora troppo distanti

Ricerca Luiss-Filas: nella regione solo il 13% innova collaborando con centri di ricerca
L'input principale è il rapporto con clienti e fornitori (28%)

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Innovatori per necessità, senza legami consolidati con università e centri di ricerca. Nel Lazio, le piccole e medie imprese innovano in maniera ancora poco sistematica. Meno di una Pmi su tre fa ricorso a investimenti in ricerca e sviluppo (16%) o a collaborazioni con gli atenei (13%). La maggioranza introduce miglioramenti più che altro a seguito di input provenienti dal mercato: in primis per collaborazioni con clienti e fornitori (28%), esperienze maturate all'interno dell'azienda (26%) o per l'acquisto di impianti, strumenti e software hi-tech (17%). È quanto emerge da una ricerca dell'Università Luiss e della Filas (Finanziaria laziale di sviluppo, società della Regione), su un campione di 680 aziende laziali, da cui sono state estrapolate 360 piccole e medie imprese "innovative".
Resta basso il livello di collaborazione con enti esterni, (17,6%) anche per chi investe in ricerca. Lo stimolo principale è l'acquisizione di un vantaggio competitivo (28,8%), il supporto finanziario di enti pubblici (20,6%) e la presenza di competenze e un'organizzazione adeguata (20%). Tra le ragioni che frenano le aziende, al contrario, al primo posto c'è la scarsa utilità degli investimenti per il proprio business (48,3%), seguita da risorse finanziarie insufficienti (28,9%) e problemi organizzativi (14%). Non a caso due aziende su tre che non investono in ricerca giudicano poco probabile una inversione del trend.

II mondo delle università lontano dalle piccole aziende

Nel Lazio, poco meno di una Pmi su tre che si dichiara all'avanguardia innova facendo ricorso a investimenti in ricerca e sviluppo (16%) o a collaborazioni con enti e università (13%). La maggioranza delle piccole e medie imprese innovative introduce miglioramenti in maniera poco sistematica, più che altro a seguito di input provenienti dal mercato: collaborazioni con clienti e fornitori (28%), esperienze maturate all'interno dell'azienda (26%) o acquistando impianti, strumenti e software hi-tech (17%). E quanto emerge da una ricerca dell'Università Luiss e della Filas (Finanziaria laziale di sviluppo, società della Regione), su un campione di 680 aziende laziali, da cui sono state estrapolate 360 piccole e medie imprese che si definiscono "innovative".
«Un raccordo strutturato con organismi deputati alla ricerca - è la tesi di Stefano Zapponini, numero uno della Piccola industria di Roma - è auspicabile per superare le difficoltà delle Pmi a destinare risorse e competenze in questo settore. Gli imprenditori devono comunque capire che anche per interfacciarsi con enti esterni serve un know how adeguato: innovare non è ne un atto di coraggio ne un'assunzione di rischio, ma deve essere un
obiettivo ben consapevole». La collaborazione con enti esterni, ad ogni modo, è una motivazione bassa (17,6%)-anche per chi spende risorse in ricerca. L'input principale resta l'acquisizione di un vantaggio competitivo (28,8%), il supporto finanziario di Enti Pubblici (20,6%) e la presenza di competenze e un'organizzazione adeguata (20%).
«Per un ricercatore critica Gianpiero Canestraro, presidente della "Piccola" di Frosinone - è normale lavorare a un progetto per due anni, un tempo troppo lungo per le esigenze di una Pmi». «Se un ricercatore - sottolinea Giovanni Quintieri, direttore Federlazio (associazione di Pmi) - vuole trovare un'applicazione pratica a un suo studio, pensa subito a una grande azienda. Bisogna far capire alle università quali siano le esigenze delle piccole e medie aziende».
«Noi siamo riusciti nel tempo a sviluppare un rapporto con varie università, ma lo abbiamo fatto sempre con difficoltà», conferma "sul campo" Antonio Baldassarra, amministratore delegato di Seeweb, azienda
frusinate di servizi internet (20 addetti e 4,2 milioni di fatturato, +10% previsto nel 2009), che ha appena completato due progetti con Roma Tre e con il Cnr di Pisa. «La nascita di queste collaborazioni è sempre legata a situazioni casuali. In genere si conoscono professori o ricercatori in altri contesti e si finisce a lavorare assieme». Non bisogna poi trascurare il problema della qualità (sia della ricerca che della didattica): nella classifica italiana degli atenei statali (si veda il «Sole240re» di lunedì scorso) nessun ateneo laziale nella top ten, prima università in classifica quella di Viterbo al 16 posto.
Per Marta Ceccarelli, numero uno della Piccola di Viterbo, la strategia per abbattere i costi della ricerca è «l'aggregazione, anche se non è facile superare gli egoismi dei singoli imprenditori. Il governo, poi, dovrebbe garantire agevolazioni fiscali per le piccole e piccolissime aziende, anche nella fase di avvio di un'attività».
«La dimensione ridotta spiega Paolo Marini, presidente della Piccola di Latina - è un limite importante. Le aziende devono far quadrare il bilancio, non hanno risorse finanziare e personale da dedicare alla ricerca, che almeno all'inizio si configura come puro costo». Non è un caso, quindi, che tra le Pmi innovative a investire in misura maggiore siano le medie (50-249 addetti), con il 31,9%, contro il 15,9% delle piccole (10-49 addetti) e il 14,5% delle micro (1-9 addetti).
Tra le motivazioni che frenano le aziende, comunque, al primo posto c'è la scarsa utilità degli investimenti per il proprio business (48,3%), seguita dalle risorse finanziarie insufficienti (28,9%) e problemi organizzativi (14%). Emblematico il caso della Modelcad, microimpresa del distretto tessile di Sora (Prosinone), da un milione di fatturato annuo, fin dal 1997 impegnata nell'introduzione di sistemi computerizzati nella produzione. «Per noi - spiega il titolare Paolo Peticca - innovare significa soprattutto tagliare costi e tempi. La ricerca scientifica e applicata o la collaborazione con enti esterni è poco utile alla nostra attività». Ecco perché due aziende su tre che non investono in ricerca giudicano poco probabile una inversione del trend.
«Permane una resistenza culturale - conclude Francesco De Angelis, assessore regionale alle Pmi -, ma in questi ultimi anni sono cresciute le piccole aziende che credono in ricerca e innovazione. Le Pmi sono la spina dorsale dell'Italia, è decisivo che investano in questo settore, per rilanciare la competitività del Paese».

Un'anagrafe online delle invenzioni

Un'anagrafe online della ricerca e una commissione brevetti per diffondere  le scoperte dell'ateneo. Sono alcune delle iniziative di Renato Lauro, classe 1940, rettore di Tor Vergata a Roma, per favorire i collegamenti università-sistema produttivo. Tor Vergata è stata all'avanguardia nel creare un rapporto tra piccole e medie imprese e ricerca pura. Attualmente è in testa alla classifica regionale degli spin off universitari, grazie soprattutto alle sue eccellenze nei settori dell'energia, dell'informatica, delle nanotecnologie.
Il collegamento tra l'università che guida e le Pmi è ormai un dato consolidato?
La storia di Tor Vergata è abbastanza recente, ma in questi anni abbiamo curato sempre l'organizzazione di strutture dedicate alla valorizzazione della ricerca e al rapporto con le aziende medio piccole. Ci siamo organizzati per dare molto supporto tecnico alle imprese: abbiamo un ufficio brevetti, stiamo lanciando un parco scientifico. E poi c'è il rapporto con il mondo della grande industria, favorito da Filas.
Eppure, le imprese piccole percepiscono poco questo impegno.
Innanzitutto, l'interesse alla ricerca da parte delle Pmi non è molto sviluppato. Le imprese italiane investono cifre risibili rispetto al resto d'Europa in ricerca. L'università ha delle colpe, ma non è solo l'università ad essere farraginosa: è farraginoso tutto il sistema paese.
Non ci sono eccezioni?
Ci sono casi di pratiche efficaci. Mi vengono ad esempio in mente gli ultimi bandi della Regione che prevedono l'obbligo per le imprese di presentarsi insieme a un ente di ricerca come partner dei loro progetti.
Come si possono conciliare le diverse esigenze di Pmi ed università?
Penso che il problema principale sia la comunicazione. Spesso le notizie non riescono a viaggiare neppure all'interno delle università. Faccio ,un esempio: un nostro professore di fisica, Piergiorgio Ficozza, qualche tempo fa ha condotto una ricerca che si è meritata le prime pagine di decine di giornali in tutto il mondo. Ho fatto un'indagine all'interno dell'università: a Tor Vergata nessuno lo sapeva. Figurarsi fuori.
C'è difficoltà a far circolare le notizie?
Certamente. È il caso di dire che spesso la mano destra non sa cosa fa la sinistra...
E come pensa di risolvere il problema?
Stiamo lavorando all'anagrafe della ricerca, da mettere on line. In questo modo tutti potranno sapere in tempo reale quali sono le attività dell'università, avvicinandosi con facilità ai suoi risultati. Ed eventualmente attivando collaborazioni.
Sarà l'unica iniziativa?
No, insieme a questo attiveremo un regolamento sulla proprietà intellettuale che dia particolari vantaggi alle imprese che vogliono investire in ricerca. E abbiamo messo da poco insieme una Commissione brevetti, che possa far uscire dall'università le scoperte. Curandosi di portare avanti ricerche già pronte per essere utilizzate sul mercato.

Pesa l'incertezza dei risultati
di Matteo Caroli Ordinario di economia e gestione delle imprese internazionali Università Luiss - Guido Carli

La ricerca Luiss-Filas sull'innovazione tra le imprese laziali di dimensioni ridotte evidenzia spunti utili per la politica regionale per l'innovazione. Emerge ancora una volta come tra le micro, piccole e medie imprese vi siano molti modi di essere, o almeno sentirsi, "innovativi". Nella gran parte dei casi, si tratta di adeguamenti a opportunità tecnologiche disponibili sul mercato e già adottate dai concorrenti leader, o comunque necessarie per continuare a soddisfare i propri clienti. Non è, però, irrilevante la percentuale di aziende che proprio su innovazioni "oggettive" basa il vantaggio competitivo di cui gode nella propria nicchia di mercato.
I fattori più diffusi all'origine dell'innovazione sono le relazioni con determinati clienti o con i fornitori degli input strategici, e la continua ricerca all'interno dell'impresa di miglioramenti, anche solo incrementali, del prodotto o del processo produttivo. Gli investimenti nella ricerca scientifica non sono però rari, soprattutto tra le imprese relativamente più grandi; e ancora più diffusa risulta essere la consapevolezza della loro importanza. In linea generale, gli operatori sono più orientali a svolgere attività di ricerca al proprio interno, piuttosto che cercare collaborazioni con centri di ricerca esterni.
Dall'indagine, emergono alcune questioni di fondo rilevanti ai fini della, determinazione della politica per la ricerca e l'innovazione delle piccole e medie imprese. Prima di tutto, l'impegno dell'impresa nella ricerca è fortemente influenzato dalle caratteristiche del business in cui essa opera (o intende operare) e, quindi, dal "tipo" di innovazione necessaria per competere. In secondo luogo; le spinte provenienti dal mercato, e nello specifico i rapporti con i clienti o anche con i fornitori, rimangono le fonti di "conoscenza" alla base della capacità innovativa della maggior parte delle Pmi. L'impegno nella ricerca, poi, è fortemente vincolato dalla notevole incertezza dei risultati e dal conseguente nodo del finanziamento degli investimenti richiesti. Sull'impegno nella ricerca pesa inoltre anche la capacità dell'impresa di "appropriarsi" dei risultati ottenuti, per sfruttarli a diretto beneficio del proprio business; in questo senso, è rilevante la dimensione organizzativa dell'azienda. Infine, anche sul fronte dell'innovazione, l'imprenditore rappresenta il fulcro dei comportamenti assunti dall'impresa.

Fonte Sole24Ore Roma 15 luglio 2009

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